Non teppismo, ma odio religioso: con le statue, crolla un tabù

Crocifisso abbattutoAlla fine è stato chiamato per ciò che è: «vilipendio alle istituzioni religiose con l’aggravante dell’odio religioso». Non vandalismo, non teppismo, non una “bravata” e neanche una “ragazzata”, bensì «vilipendio alle istituzioni religiose con l’aggravante dell’odio religioso». E con questa, precisa accusa (la blasfemia non rientra tra le categorie del Diritto) è stato arrestato in via di Ripetta, a Roma, il 39enne ghanese, pregiudicato benché regolarmente in Italia, autore dello scempio consumato in quattro chiese cattoliche in pieno centro, nella Capitale: qui ha devastato, rovesciato, infranto candelabri, suppellettili, statue, tra le quali un imponente Crocifisso (nella foto). Per la precisione, ha colpito nelle chiese di San Martino ai Monti, Santa Prassede, San Vitale e San Giovanni in piazza dell’Oro, provocando danni incalcolabili dal punto di vista dell’arte ed una ferita aperta dal punto di vista della fede.

Certo, ora si trova nel carcere di Regina Coeli, in attesa che il pm decida se qui trattenerlo o tramutare il tutto in una semplice denuncia. Però già c’è chi cerca comunque di far passare l’accaduto come un semplice atto di follia, un insano gesto dovuto alla fragilità mentale del poverino, “derubricandolo” in qualche modo, come se al mondo la cristianofobia fosse merce rara. Anche i fautori di questa tesi “politicamente corretta” si rendono però conto di quanto sia debole, essendosi l’individuo, in realtà, comportato in modo estremamente lucido, metodico, seriale, sacrilego, condotta propria di uno che le idee le aveva ben chiare, eccome.

La formulazione del capo d’imputazione, al momento, resta pertanto quella ed è una delle poche volte, in cui provvidenzialmente viene  codificata in modo così preciso, con conseguente attivazione in via prudenziale del dispositivo antiterrorismo.

Colpisce un dato: nessuno ha scritto di che religione questo 39enne sia. Nessuno. Non è difficile intuirlo, anche per le sue critiche all’uso di immagini sacre: però nessuno lo dichiara esplicitamente. Come se fosse tabù. Soprattutto in casi come questo, non è però un elemento marginale, tutt’altro. Essendo stato codificato come un episodio di «odio religioso», appare evidente come tale odio debba derivare da qualcosa e come, in genere, l’origine sia da ricercarsi o nell’appartenenza ad un’altra confessione o nell’ateismo; in entrambi i casi, l’aspetto religioso appare determinante, per chiarire i fatti. Eppure, nessuno ne parla. E’ l’unico punto totalmente taciuto. Perché? Inutile rispondere, è già molto chiaro…